giovedì 23 luglio 2015

pc 23 luglio - SPECIALE FORMAZIONE OPERAIA! - LE RISPOSTE DEL PROF. GIUSEPPE DI MARCO DELL'UNIVERSITA' 'FEDERICO II' DI NAPOLI - 1° parte

Domanda fatta 

DA UN OPERAIO DELLA DALMINE DI BERGAMO
Sulla trasformazione di capitale in denaro. Chiedo chiarimenti sulla parte finale dove dice che: “La trasformazione del denaro in capitale deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti allo scambio di merci, cosicché come punto di partenza valga lo scambio di equivalenti. Il nostro possessore di denaro, che ancora esiste soltanto come bruco di capitalista, deve comperare le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione. Queste sono le condizioni del problema.”
Questo in riferimento alla introduzione della seconda parte dove emerge chiaramente invece che esiste all'interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce particolare che si chiama forza lavoro, il cui valore d'uso stesso possiede la peculiare qualità di essere fonte di valore, tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore... Ossia lo sfruttamento dell'operaio?

Risposta

DA GIUSEPPE ANTONIO DI MARCO

Non c’è contraddizione tra le due cose nel discorso di Marx. La contraddizione sta dentro il processo stesso che egli descrive, vale a dire sta nel processo capitalistico di produzione e di circolazione dunque di riproduzione, processo che è caratterizzato dalla lotta inconciliabile tra capitale e lavoro salariato. Quindi la parola ”invece”, che il lavoratore della Dalmine usa, coglie correttamente il punto reale, cioè la contraddizione che c’è nello scambio tra lavoro salariato e capitale, il quale appare una compravendita normale, uno scambio pacifico, è in realtà è “invece” conflittuale, anzi è una vera e propria guerra civile tra i due, come scrive Marx più avanti nel Libro primo del Capitale a proposito della lotta dei lavoratori per ottenere una giornata lavorativa normale. E l’esposizione di Marx è a sua volta anche essa corretta, perché dà conto appunto di quell’”invece”, di cui parla il lavoratore della Dalmine, ossia della presenza di due cose antagonistiche, capitale e
lavoro salariato, ovvero borghesi e proletari, le due classi della società moderna, presenza che caratterizza tutto il processo.
Il punto, dunque, è: la forza lavoro viene venduta al suo valore, non c’è trucco, non c’è inganno. Eppure, concluso lo scambio e usata la merce comprata al suo “giusto prezzo”, il capitalista si trova con in mano più valore di quanto ne ha sborsato per acquistare quella forza-lavoro, senza che il lavoratore che gliela ha ceduta per un certo periodo di tempo pattuito, possa recriminare quanto alla correttezza della compravendita. Ma intanto, concluso correttamente l’affare e procedendo la cosa coerentemente alla logica interna dell’affare, quella dello scambio di merci, di equivalenti, il capitalista ha succhiato come un vampiro al lavoratore un tempo infinitamente superiore di lavoro a quello che sarebbe bastato a farlo sopravvivere. Tanto è vero, che a un certo punto i lavoratori si uniscono e devono ricorrere alla forza per mitigare questo massacro di muscoli, nervi e cervello umani. Come Marx scrive nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858, «“il capitale non solo, come ritiene Adam Smith, è un comando sul lavoro altrui, nel senso in cui lo è ogni valore di scambio, perché dà un potere di acquisto a colui che lo possiede; ma che esso è il potere di appropriarsi del lavoro altrui senza scambio, senza equivalenti, ma con l’apparenza dello scambio». Quando si parla di "apparenza" non sui tratta di una semplice illusione ma di un modo di presentarsi delle cose derivante dalla natura stessa del mood di produzione capitalistico. Infatti, questa contradditoria situazione – ossia lo scambio, quindi un rapporto uguale e formalmente egualitario dal punto di vista della legge della circolazione delle merci, alla fine della fiera risulta diseguale, quindi un non-scambio - dipende dal fatto che la circolazione delle merci riguarda qui merci prodotte in modo capitalistico, cioè non riguarda merci prodotte da proprietari privati di mezzi di produzione individuali, ma riguarda merci prodotte con mezzi di produzione sociali e cooperativi, che però sono in mano a dei proprietari privati. Cioè la natura capitalistica del processo di produzione, che da un lato presuppone la circolazione semplice delle merci, ma che dall’altro lato simultaneamente è il presupposto della circolazione ovvero delle merci che circolano, perché appunto sono prodotte da capitalisti ovvero da lavoratori a loro sottomessi e ostili, fa sì che la trasformazione del denaro in capitale, la trasformazione del nostro capitalista da bruco in farfalla, avvenga, come dice Marx, nella circolazione e non avvenga nella circolazione.
È insomma importantissimo capire qui base capitalistica della circolazione di merci di cui in questo quarto capitolo del Primo libro del Capitale si parla e la differenza con la circolazione semplice di cui Marx ha parlato nei capitoli precedenti. La circolazione semplice delle merci presuppone la semplice produzione di merci ed è il presupposto logico e storico della produzione capitalistica di merci, quindi la seconda non può esistere senza la prima. Ma vi può essere produzione di merci senza che vi sia produzione capitalistica di merci.
Per chiarire meglio il tutto, propongo di seguire le pagine con cui Marx inizia il Secondo libro del Capitale, dedicato al processo di circolazione del capitale, qui specificamente a proposito del ciclo che percorre il capitale monetario. Poiché in queste pagine Marx fa, a mio parere, una sintesi molto efficace di tutta la questioni che ha posto il lavoratore della Dalmine, seguiamo queste pagine e commentiamo. Dovrebbe risultare forse più chiaro
Si parte dalla circolazione. Sul mercato c’è un possessore un capitale monetario, D, che converte il denaro in merce M, dunque D-M. La merce consiste da un lato in mezzi di lavoro e materiale di lavoro - Marx li indica con Pm e li chiama «fattori oggettivi» - e dall’altro in forza-lavoro - Marx la indica con L, «fattore soggettivo». I due generi di merci vengono acquistate su due mercati diversi, quello delle merci e quello del lavoro. Scrive Marx: «Oltre a questa scissione qualitativa della somma di merci, nella quale D viene convertito, D-M < L Pm rappresenta però anche un rapporto quantitativo sommamente caratteristico». Infatti il possessore di denaro in quanto capitalista cerca sul mercato quella merce, la forza-lavoro, L, il cui valore d’uso consiste nel produrre non solo valore (perché sennò la comprerebbe solo perché il lavoratore riproduca l’equivalente dei suoi mezzi di sussistenza e così il capitalista avrebbe investito "per il re di Prussia", scrive Marx nei Lineamenti fondamentali), ma anche più valore di quanto ne possegga essa stessa. Di conseguenza, l’atto di compravendita D-M < L Pm esprime non solo un rapporto qualitativo, cioè la differenza tra fattori oggettivi (mezzi e materiali di lavoro) e fattori soggettivi (forza-lavoro, capacità lavorativa umana), che sono gli ingredienti di ogni produzione che gli uomini fanno dacché sono e fino a quado saranno sulla faccia della terra, ma esprime anche, scrive Marx, «un rapporto quantitativo tra le due quote del denaro investite in forza-lavoro L e in mezzi di produzione Pm, un rapporto in precedenza determinato dalla somma del pluslavoro eccedente da erogarsi da parte di un determinato numero di operai. Se dunque, ad esempio, il salario settimanale di 50 operai di una filanda ammonta a 50 Lst. (lire sterline), si devono spendere in mezzi di produzione 372 lire sterline ponendo che sia tale il valore dei mezzi di produzione che il lavoro settimanale di 3000 ore, di cui 1500 ore di pluslavoro trasforma in filo».
L’erogazione di un pluslavoro, quindi lo sfruttamento, è dunque già prevista nella ripartizione quantitativa di Pm e L, mezzi di produzione e forza lavoro, quindi nella circolazione è già in potenza presente quello che avverrà nella produzione, ossia lo sfruttamento, la «conciatura» della pelle dell’operaio, come Marx si esprime alla fine del capitolo quarto del Primo libro del Capitale a cui il lavoratore della Dalmine fa riferimento.
Una volta realizzata questa duplice compravendita, ecco che il capitale monetario, di cui il capitalista dispone all’inizio del ciclo, mettendo in relazione le due parti materiali, L e Pm, può trasformare il suo capitale monetario in capitale produttivo: «Non appena si è compiuto D- M < L Pm il compratore dispone non soltanto dei mezzi di produzione e della forza-lavoro necessari a produrre un articolo utile. Possiede una maggiore disponibilità di forza-lavoro, ossia di una quantità di lavoro maggiore di quella necessaria per sostituire il valore della forza-lavoro e dispone contemporaneamente dei mezzi di produzione richiesti per la realizzazione o oggettivazione di questa somma di lavoro; dispone dunque dei fattori necessari alla produzione di articoli che hanno un valore maggiore di quello dei loro elementi di produzione, ossia di una massa di merci contenente plusvalore. Il valore da lui anticipato […] si trova ora nello stato o nella forma di capitale produttivo, che ha la capacità di avere una funzione creativa di valore e di plusvalore»
Adesso, però, attenzione al punto seguente. In questo movimento del capitale monetario, D, del capitalista, questo capitale non funziona come capitale, ma solo come denaro, perché l’acquisto di Pm e di L avviene nella forma di uno scambio semplice: M-D dalla parte del venditore ovvero Pm-D dalla parte del capitalista commerciale che gli vende i mezzi di produzione, e L-D dalla parte del lavoratore che gli vende la fora lavoro; e D-M dalla parte del compratore, cioè del capitalista il cui capitale monetario non si comporta diversamente che come denaro. Scrive Marx: «Come capitale monetario esso si trova in uno stato nel quale può compiere funzioni di denaro. Come, nel caso presente, le funzioni di mezzo generale d’acquisto e di mezzo generale di pagamento. (Quest’ultimo, in quanto la forza-lavoro è bensì già acquistata, ma viene pagata solo dopo che ha operato. Ove i mezzi di produzione non siano bell’e pronti sul mercato, ma debbano essere ordinati, il denaro in D-Pm agisce parimenti come mezzo di pagamento). Questa capacità non scaturisce dal fatto che il capitale monetario è capitale, ma dal fatto che esso è denaro». Infatti i mezzi di lavoro, Pm, vengono acquisitati al loro valore di 372 sterline, e se serviranno per mettere in movimento anche un pluslavoro di 1500 ore su 3000, non ha importanza nello scambio; e l’acquisto della forza-lavoro avviene anche questa nella forma di uno scambio semplice perché essa si suppone pagata al suo valore, cioè al valore dei mezzi di sussistenza (cibo, vestiti, casa istruzione ecc. a seconda del grado si sviluppo della società) atti a riprodurla. Se poi la forza-lavoro venisse pagata al di sotto o al di sopra del suo valore, il movimento dello scambio ristabilisce, come in qualsiasi altra merce, il prezzo di produzione della forza lavoro ovvero il tempo di lavoro sociale medio che si esprime in quel prezzo. Scrive ancora Marx: “Per il denaro è affatto indifferente il tipo di merce in cui esso viene trasformato. Esso è la forma generale di equivalente di tutte le merci, le quali nei loro prezzi indicano già che esse rappresentano idealmente una determinata somma di denaro, attendono di trasformarsi in denaro e solo attraverso il loro scambio di posto con il denaro ottengono quella forma nella quale sono convertibili in valori d’uso per i loro possessori». Quindi si tratta della circolazione semplice che credo abbiate già studiato nei capitoli precedenti: come in tutte le merci esse, prima dello scambio effettivo col denaro, rappresentano idealmente, ossia in potenza, una determinata quantità di denaro che si realizza con cambiamento di posto M-D, D-M. Continua quindi Marx: « Se la forza-lavoro si trova dunque sul mercato come merce del suo possessore, la cui vendita avviene nella forma di pagamento per il lavoro, in figura di salario» – cioè in forma mistificata, perché nella parola salario, “costo del lavoro”, è contenuta una quantità di lavoro non pagato perché il costo reale è della forza-lavoro - «la sua compra-vendita non rappresenta nulla di più straordinario della compra-vendita di ogni altra merce.. Il fatto caratteristico non è già che la merce forza-lavoro sia acquistabile, bensì che la forza-lavoro compaia come merce».
Ecco allora il punto. La forza-lavoro, ossia la capacità di spendere nel lavoro i propri muscoli, nervi, cervello ecc., è perfettamente vendibile e comprabile come qualsiasi altra merce, e il suo “giusto prezzo” è dato dall’equivalente dei mezzi di riproduzione di queste attitudini a seconda del grado di sviluppo della società, ossia della sua capacità produttiva e dei suoi bisogni. Il punto della questione è che la forza-lavoro come tale debba comparire come merce, e quindi debba essere vendibile “liberamente” dal suo possessore come qualsiasi altra merce, cosa che non avviene nel caso della schiavitù, dove la persona dello schiavo è incorporato nei mezzi di produzione, nel “capitale fisso” come lo considerava il suo proprietario, quindi lo schiavo non è libero di vendere la sua forza-lavoro. Il punto è qui, nel modo di produzione capitalistico, che la forza lavoro sia cercata come merce dal compratore che dispone di un capitale monetario, che qui svolge solo la funzione di denaro come equivalente generale e basta. E questa forza-lavoro viene cercata dal capitalista perché essa serve a produrre non solo valore, cioè oggettivazione di lavoro vivente in articoli determinati, ma più valore quanto ne possegga. Per questo, cioè perché ha la proprietà di produrre più valore del suo equivalente, quindi perché produce plusvalore, il compratore la cerca, esattamente come io posso cercare un tablet perché ha come caratteristica quello di mettermi in rete, fare foto, guardare film caricare libri ecc. ed essere trasportabile. E come io pago il tablet al suo valore, senza trucco o inganno, e questo mi dà le funzioni per cui l’ho comprato, così il capitalista paga la forza lavoro al suo valore cioè a quello dei mezzi atti a riprodurla, e questa eroga la funzione per cui il capitalista allo stato di bruco l’ha comprata, cioè produrre non solo valore, ma anche plusvalore. “Non c’è trucco, non c’è inganno”, finora. E fin qui, NELLA CIRCOLAZIONE, il capitale monetario del capitalista allo stato di bruco funziona come denaro.
Ma il fatto che la forza lavoro compaia come merce, non dipende dalla circolazione, bensì da una serie di fenomeni che si svolgono prima e fuori e che al tempo stesso caratterizzano specificamente la circolazione capitalistica del merci, ed è da qui che deriva al denaro la sua funzione di capitale, e non dal fatto che con questo capitale monetario compra forza lavoro e mezzi di lavoro in quantità tale da costringere il lavoratore a sgobbare più di quanto egli lavorerebbe per riprodurre i mezzi della sua sussistenza (in totale, nell’ esempio di Marx fatto sopra, per 50 operai e quindi adesso su uno solo, 60 ore settimanali, di cui 30 di pluslavoro) - perché in questa forma il capitale monetario è denaro e come tale può comprare qualsiasi merce. Vediamo in che senso.
Considerando le cose dal parte del capitalista, questi deve comprare i mezzi di lavoro e materiale di lavoro, Pm, prima di comprare la forza-lavoro, L, e questi mezzi, Pm, devono essere in quantità tale che, uniti con la forza-lavoro, diano un plusvalore, quindi devono fare lavorare 50 operai per 3000 ore settimanali in cui sono incluse 1500 ore di lavoro gratis, pur essendo i 50 operai pagati al loro valore, cioè al valore della loro forza-lavoro che ciascuno ha venduto al possessore di denaro al “giusto prezzo”. Insomma, la forza lavoro, appena, venduta dal lavoratore, passa in potere del possessore di denaro, deve già trovare i mezzi di produzione pronti perché possa erogare il pluslavoro oltre a riprodurre i suoi stessi mezzi di sussistenza; insomma, deve già trovare i mezzi con cui essa stessa può riprodurre la sua schiavitù, ovvero si possa essa stessa “conciare” la sua pelle, se vuole sopravvivere.
Considerando ora la cosa dalla parte del lavoratore, ne consegue che perché egli possa attivarsi produttivamente e quindi essere sfruttato, deve trovare i mezzi di produzione in mano al capitalista già predisposti per “conciarlo” ossia per sfruttarlo. Vale a dire la forza-lavoro deve essere separata dai mezzi di produzione, cioè dalle condizioni oggettive che le permetterebbero di attivizzarsi, e non deve essere impiegata per produrre direttamente mezzi di sussistenza per il lavoratore stesso che possiede questa forza-lavoro, né per produrre merci che il possessore di questa forza lavoro potrebbe vendere e del cui ricavato potrebbe vivere. Solo nel momento in cui la forza lavoro è venduta del suo possessore e messa in contatto con gli strumenti di produzione che sono in mano al possessore di denaro, allora questa forza lavoro, scrive Marx, «diventa parte costitutiva del capitele produttivo del suo compratore tanto quanto i mezzi di produzione», quindi il possessore di forza lavoro diventa lavoratore ossia è lavoratore o operaio in quanto parte costitutiva del capitale che è ora diventato da capitale monetario capitale produttivo.
Allora, sotto questo riguardo, è vero che il possessore di denaro e il possessore di forza lavoro stanno nella circolazione in un semplice rapporto monetario di venditore e compratore e l’atto è D-L, quindi il capitale monetario qui svolge la sua funzione non in quanto è capitale ma in quanto è denaro. Però, ed ecco il punto, «fin dall’inizio» - scrive ancora Marx, e sottolineo «fin dall’inizio» – «il compratore si presenta insieme come possessore dei mezzi di produzione, i quali costituiscono le condizioni oggettive per il dispendio produttivo della forza-lavoro da parte del suo possessore. In altre parole: questi mezzi di produzione si contrappongono al possessore della forza-lavoro come proprietà estranea. D’altro lato, il venditore del lavoro sta di contro al compratore di esso come una forza-lavoro estranea, che deve passare in suo potere, essere incorporata al suo capitale, affinché questo agisca realmente come capitale produttivo».
Allora, se la forma della circolazione è quella di una compravendita di mezzi di produzione e di forza lavoro secondo le leggi dello scambio semplice, D-M per il capitalista, M (L) –D da parte del lavoratore, quindi il capitale monetario qui agisce come denaro e non come capitale, dal punto di vista della sostanza che è presupposta a questa apparenza, compratore e venditore si presentano rispettivamente l’uno come possessore dei mezzi di produzione separati dall’operaio, e l’altro come separato dai mezzi di produzione. Appena conclusa la compravendita, il possessore della forza lavoro ha dato al sua pelle al possessore di denaro per un determinato tempo per farsela conciare cioè per farsi sfruttare e per cacciare fuori, se non vuole morire di fame, più valore di quanto basti a riprodurre la sua misere esistenza. E allora, scrive Marx, «il rapporto di classe tra capitalista e operaio salariato è […] già presente, già presupposto nel momento in cui entrambi si contrappongono nell’atto D-L (L-D da parte del lavoratore). È compra-vendita, rapporto monetario, ma una compra-vendita nella quale il compratore viene presupposto come capitalista e il venditore come salariato, e questo rapporto è dato del fatto che le condizioni per la realizzazione della forza-lavoro – mezzi di sussistenza e mezzi di produzione – sono separate dal possessore della forza-lavoro come proprietà estranea».
Quindi mi sembra che qui il lavoratore della Dalmine abbia ragione: già nella circolazione è presente lo sfruttamento ovvero l'antagonismo, ma in potenza. Nel momento in cui la forza lavoro venduta entra in possesso del possessore dei mezzi di produzione e viene unita ad essi, si attivizza. «Come abbia origine questa separazione, qui non ci interessa». Questo punto Marx lo ha affrontato nel capitolo ventiquattresimo del Primo libro del Capitale, dedicato alla cosiddetta «accumulazione originaria», quando ha parlato di come è nato il modo di produzione capitalistico nel secolo XVI in Europa occidentale, in modo caratteristico in Inghilterra, attraverso l’espropriazione violenta dei contadini, proprietari e lavoratori diretti della loro piccola azienda agricola, e degli artigiani proprietari diretti dei loro mezzi di lavoro che maneggiavano personalmente con abilità da maestri. Attraverso questo processo, fatto nel modo più «infame» - Marx usa questo termine, parlando di sangue, ferro e fuoco -, il lavoratore diretto si trasformò il proletario e i mezzi di produzione loro espropriati e concentrati in poche mani, si trasformarono in capitale. Quindi, prima deve essere istituito il modo di produzione capitalistico e poi diviene «socialmente normativa» la compravendita della forza lavoro come merce. Prima fu effettuata, cinque secoli fa nella “bella” Europa, la separazione violenta tra lavoratore e mezzi di produzione che gli appartenevano, e in seguito a ciò la forza-lavoro poté comparire come merce. Allo stesso modo, ma con forme e conseguenze differenti, anche la compravendita degli schiavi è compravendita di merci; ma prima doveva essere istituita storicamente la schiavitù e poi il denaro poteva compiere la funzione di mezzo di acquisto di schiavi.
Continuiamo a leggere fino alla fine il passo di Marx che immediatamente sopra abbiamo iniziato a vedere: «Ciò che a noi qui interessa è: se L-D compare come una funzione del capitale monetario, ossia il denaro compare qui come forma di esistenza del capitale, ciò non è affatto perché il denaro si presenta qui come mezzo di pagamento per un’attività umana che ha un effetto utile, per un servizio; non è affatto, dunque, per la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Il denaro può essere speso in questa forma solo perché la forza-lavoro si trova in uno stato di separazione dai suoi mezzi di produzione (compresi i mezzi di sussistenza come mezzi di produzione della stessa forza-lavoro); e perché tale separazione viene superata solo col fatto che la forza-lavoro viene venduta al proprietario dei mezzi di produzione; che quindi anche la mobilitazione della forza-lavoro, i cui limiti non coincidono affatto con i limiti della massa di lavoro necessaria per la riproduzione del suo stesso prezzo, appartiene al compratore. IL RAPPORTO CAPITALISTICO DURANTE IL PROCESSO DI PRODUZIONE SI RIVELA SOLTANTO PERCHÉ ESSO IN SÉ ESISTE NELL’ATTO DELLA CIRCOLAZIONE, NELLE DIFFERENTI CONDIZIONI FONDAMENTALI IN CUI SI CONTRAPPONGONO COMPRATORI E VENDITORI, NEL LORO RAPPORTO DI CLASSE. Non è il denaro a dare con la sua natura il rapporto; è piuttosto l’esistenza di questo rapporto che può trasformare una semplice funzione di denaro in un funzione di capitale”. Ho messo io la frase sopra in maiuscolo perché credo che in questo modo va formulata la risposta alla questione posta dal lavoratore della Dalmine.
Marx nota che, a questo proposito, si fa la confusione (credo che si riferisca all’economia politica borghese) per cui dove il capitale monetario con il quale il capitalista compare sul mercato delle merci e del lavoro, assolve le funzioni solo di denaro in uno scambio semplice D-M < L Pm, questa funzione viene fatta derivare dal fatto che il capitale monetario è capitale. Invece, dove il denaro funziona come capitale, in quanto la forza lavoro che acquisita è già stata, prima dell’acquisto, posta come merce separata dai mezzi di lavoro e di sussistenza e quindi, per poter tirare su il piatto a tavola, è costretta a vendere la sua forza lavoro e darsi in sfruttamento, dato che essa ha come valore d’uso la proprietà di produrre valore e più valore di quanto essa ne abbia, allora ecco che questa funzione di capitale viene fatta derivare dal denaro. Ci si comporta cioè in questo caso come se lo scambio della forza lavoro, che certo avviene come semplice scambio di merce e denaro, presupponesse solo una società produttrice di merci. E invece questa società dove la forza-lavoro compare come merce, deve essere già stata posta, istituita violentemente all’inizio dell'età moderna come società capitalistica. Sarebbe interessante a questo proposito capire che funzione hanno le guerre umanitarie odierne della borghesia, dettate non solo dalla rapina imperialistica delle materie prime, ma anche dall’esigenza di completare nel resto del mondo e fino in fondo l’estensione del modo di produzione capitalistico.
Questa idea secondo cui l’antagonismo di classe tra capitalisti e lavoratori salariati esiste in potenza dall’inizio fin nella circolazione, è quella che Engels e Marx avevano esposto anche nel Manifesto del Partito comunista, quando affermano che «il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza». Infatti è la produzione stessa capitalistica che è antitetica nella sua natura e perciò non riformabile.
Conclusa la compravendita D-M < L Pm e messi in contatto, dal capitalista, mezzi di lavoro e forza lavoro, Pm e L, comincia il consumo produttivo di questi valori d’uso del capitale. Quindi la circolazione si interrompe e lo sfruttamento si svolge, passa dalla potenza all’atto FUORI DALLA CIRCOLAZIONE. Il capitale produttivo ha il ciclo P….P’ (i puntini sospensivi indicano appunto l’interruzione del processo di circolazione). Da questo consumo produttivo di Pm e L, fuori dalla circolazione, esce un capitale merce M’ (cioè M, equivalente dei mezzi di sussistenza dell’operaio e un plusprodotto, m, che il capitalista si trova gratis). M’ dovrà ora essere venduto, il suo prezzo realizzato affinché il capitale monetario D, da cui eravamo partiti diventi realmente D’ sennò la produzione successiva, quindi la riproduzione, non può ripartire. A questo punto riprende la circolazione.
E così, il capitalista ha prima comprato le merci, Pm e L, pagandole al loro valore e adesso vende al loro valore il capitale- merce M’ trovandosi D’. Non c'è trucco non c’è inganno eppure egli si trova gratis con più denaro di quanto avesse anticipato….Fate voi… Chi ha fatto il “miracolo” di farglielo trovare oltre anche a reintegrargli i mezzi consumati?
D’ dovrà poi essere scambiato con merci per il consumo del capitalista, e con Pm ed M per reintegrare e aumentare i mezzi di produzione e la forza lavoro. Riprende il ciclo. Ma poiché, come abbiamo visto, questo ciclo è stato istituito violentemente con la separazione del lavoratore dai mezzi di produzione, esso contiene in sé tutta una serie di urti e contraddizioni violente che poi danno origine a quei fenomeni che si chiamano crisi e che aprono le possibilità di rivoluzionare il modo di produzione capitalistico.

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